Micael Camozzi

Perché creare una community aziendale

Secondo Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, le community non si creano, esistono già, infatti è per propria natura che le persone tendono ad aggregarsi nei gruppi con cui condividono gli stessi ideali, a partire dalla cerchia degli amici, fino a circoli culturali, associazioni ed eventi come forum, raduni, congressi, etc.
Con l’avvento di internet, e successivamente dei social network, le distanze tra le persone si sono accorciate, i limiti geografici sono stati superati e le dimensioni delle community sono esponenzialmente aumentate.

Questo concetto vale per le persone fisiche: e se provassimo ad applicarlo in ambito business? Se un’azienda è composta da persone che condividono lo stesso posto di lavoro, perché non nasce spontaneamente una community? Perché il lavoro è una necessità sociale e non una passione, perciò è la realtà industriale ad unire i dipendenti e non la naturale attitudine a cercare passioni comuni.

Cosa accadrebbe allora se creassimo una community aziendale? Questo fenomeno esiste già e si chiama Intranet Management, letteralmente la “gestione della rete locale” ovvero l’arte di creare, organizzare e moderare la community del personale alle dipendente dell’azienda.

Perché creare una community aziendale?

  • Si crea conversazione: il motore di ogni azienda che pone in un ruolo attivo i propri dipendenti, una community significa conversazione, un flusso di informazioni che stimola lo scambio di idee e osservazioni. Questo comporta inevitabilmente la ridefinizione dei processi decisionali, passando da un modello top-down ad uno orizzontale, in cui ogni dipendente può dare il proprio contributo in ogni momento durante il ciclo di vita del prodotto o del servizio. Famoso è il caso della “mela al contrario” di Apple, una scelta drastica, contro quelli che erano i principi aziendali di orientamento al cliente finale, nata dalla casuale intuizione di un dipendente, poi diventata di dominio aziendale grazie a “Can we talk?”, la community interna ad Apple.
  • Si creano (e migliorano) i rapporti tra reparti lontani: per le piccole e medie imprese permette ai colleghi di lavorare e di socializzare con reparti distanti, anche situati in edifici diversi, in maniera veloce e flessibile, cosa che per motivi logistici non potrebbe accadere. Lo stesso vale per aziende multinazionali, o aziende che hanno diversi sedi dislocate in diverse città nel mondo. La collaborazione e lo scambio di informazioni e opinioni permette la creazione di un legame solido, un gioco di squadra nel vero senso della parola.
  • Si esternalizzano i rapporti con i fornitori: cambia il meccanismo di produttività e come ci coordiniamo in un impresa perché il rapporto con i fornitori è immediato e costante, entrano con il loro know-how nel processo produttivo e garantiscono l’ottimizzazione dei tempi decisionali tramite un rapido scambio di informazioni.
  • Si identificano i propri talenti: in ogni community esistono i cosiddetti influencer, membri che si distinguono per spiccato senso di appartenenza ai valori della community. In azienda equivale a cercare quei talenti ancora nascosti, dipendenti in grado di farsi notare per conversazioni produttive ed osservazioni opportune a cui possono essere riconosciute determinate capacità non individuate in precedenza. Infatti l’attività degli utenti nella community equivale ad un self-brand management, che con chiari obiettivi di carriera può stimolare i dipendenti a dare il meglio di se.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *